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Ripensavo, proprio oggi, al monologo di Bisio sul palco dell’Ariston, a Sanremo, sabato scorso. Specialmente nel pezzo in cui parla della complicata situazione politica italiana:

[…] Finché ci sono loro, tutti loro, questo paese non cambierà mai. Dicono una cosa e ne fanno un’altra, non mantengono le promesse, sono incompetenti, bugiardi, inaffidabili, credono che ci sian tutti diritti, nessun dovere… A casa! Tutti a casa! [fa partire un coro col pubblico] […] No, lo so, ho firmato dei contratti, ci son le penali… Qui mi rovino, c’è la Par Condicio… Mi rendo conto… Non si può parlar dei politici. Ma chi parlava dei politici? Cosa ve l’ha fatto pensare? Quando parlavo di “bugiardi”, “incompetenti”… Ma siete voi i maliziosi… Io giuro! […]  Non stavo parlando dei politici, anche perché, se ci pensate bene, quanti saranno i politici… Qualche centinaio… Anche se andassero a casa tutti loro, cosa cambierebbe? Poco… Io quando dicevo tutti a casa, non stavo parlando degli eletti. Io stavo parlando degli elettori. Stavo parlando di noi, degli italiani. Perché, a far bene i conti, la storia, ci inchioda. Siamo noi, i mandanti. Siamo noi che li abbiamo votati. E se li guardate bene, i politici, -ma proprio bene, bene, bene, bene- è davvero impressionante come ci assomigliano.”

[Da 7:49]

In realtà, quello che mi ha colpito, non è stato il monologo in sé -visto che  nelle ultime settimane siamo bombardati di messaggi politici, siano essi satireggianti o meno- quanto il fatto che, un discorso simile, “sull’educazione delle masse” -se vogliamo definirla così come la definì Luca Sofri-, mi ha ricordato un estratto di un post di un astrofisico americano, tal Neil deGrasse Tyson. Che in un articolo sul suo blog, in risposta a un quesito comparso nel 2011 sul New York Times (“If I Were President…“), scrisse, nel febbraio 2012, fra le altre cose, a proposito di elettori:

One objective reality is that our government doesn’t work, not because we have dysfunctional politicians, but because we have dysfunctional voters. As a scientist and educator, my goal, then, is not to become President and lead a dysfunctional electorate, but to enlighten the electorate so they might choose the right leaders in the first place.

Quindi fondamentalmente, sarebbe un discorso di cultura? Secondo me sì. Come la ricerca e lo sviluppo può aiutare le aziende ad uscire da crisi più meno gravi, anche la Scuola, l’Università e la ricerca -intese come istruzione in generale- possono migliorare la popolazione e quindi la politica.
E in un momento di crisi e difficoltà come questo, investire nell’istruzione potrebbe realmente essere un modo, una leva, per tirarsi fuori da questo pantano dal quale non si vede un futuro, men che mai roseo.

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